L’ingrandimento della prostata, entro verti limiti, è normale nell’uomo anziano, tuttavia quando questa ghiandola diventa troppo grossa, oltre a determinare disturbi più o meno notevoli, diventa essa stessa causa di maggior invecchiamento della persona, per il ristagno delle urine che viene a causare favorendo il riassorbimento del sangue di quelle sostanze tossiche di rifiuto (azoto) che normalmente devono essere eliminate. Un giro vizioso, dunque, che molto spesso richiede l’operazione chirurgica. L’operazione consiste nell’ asportare, sgusciandola dalla sua sede, questa ghiandola, al che consegue un notevole miglioramento di tutto lo stato generale dell’individuo, oltre alla scomparsa ovviamente dei disturbi urinari.
Se qualcosa si può fare in questi casi, è soprattutto riguardo ad una cura preventiva o conservativa, quando il paziente comincia ad avvertire i primi disturbi. Questi consistono inizialmente nel frequente bisogno di urinare, con emissione di scarse urine, senso di peso alla vescica, perchè appunto la vescica non si vuota mai completamente, e va da sè che la cosa può pregredire sino alla necessità di dover provvedere con il catetere per urinare.
Limitandoci alla cura di questo stato iniziale, diciamo subito che il paziente dovrebbe limitarsi molto nel mangiare, nel bere, nell’evitare strapazzi fisici, sbalzi di temperatura. Si tratta di cambiare di molto le proprie abitudini, rinunciando non solo alla quantità di cibo ma alla qualità. Smettere di bere il vino, evitare droghe, spezie, salumi, formaggi fermentati, cibi pesanti; fare al contrario molto uso di acqua, verdura, frutta, cibi in bianco; è certo un sacrificio. D’ altra parte se ben consideriamo tutto ciò, prostata a parte, potrebbe essere una buona occasione per chi se la sentisse, per iniziare a vivere ed alimentarsi in un modo ben più conforme a questa terza età, con benificio di tutto l’organismo.
Premesso questo, che in ogni caso, in misura maggiore o minore, bisognerà attuare per ottenere qualche risultato,passiamo alla cura.
Due sono le vie da seguire: da un lato agire nei limiti del possibile contro l’ingrossamento e la sclerosi della ghiandola (ingrossamento che non a torto viene definito “adenoma prostatico”, richiamando alla mente una neoformazione sia pure benigna di questa ghiandola). Dall’ altro agire sulla congestione della ghiandola stessa e delle zone circostanti.
Per quanto riguarda il primo problema è vero che non disponiamo di molti mezzi. Tuttavia, considerando che a riguardo anche nella medicina ufficiale non vi sono grandi possibilità, sarebbe utile non trascurare un tentativo erboristico. Vi sono due piante da tenere presenti; una di queste è la Thuia (Thuia occidentalis). Vari autori, soprattutto francesi, l’hanno trovata utile a questo riguardo e noi potremmo usarne la tintura. Al solito se non la trovassimo presso la Farmacia, laprepareremmo per conto nostro, usando i ramoscelli giovani e secchi. Una buona erboristeria potrebbe averli e nel caso non li avesse ci arrangeremo per conto nostro cercando la pianta in qualche parco o giardino e facendone poi seccare queste parti al sole o presso un forno o una stufa ma non a più di 30-40 gradi. Faremo poi macerare 20 grammi del prodotto secco su 100 di alcool a 70° per una quindicina di giorni ed avremo ottenuto così ottenuto una tintura che se anche non è perfetta sarà sempre utile ed efficace alla solita condizione di usarla regolarmente in dose di 15 gocce due volte al giorno un’ora prima dei pasti, per cicli di cura di almeno un mese su due.
Un’altra pianta che almeno nell’esperienza recente di autori stranieri è stata trovata efficace nella cura dell’adenoma prostatico, sempre appartenente algenere delle conifere è la Sequoia Gigantea, originaria del Messico e della California, vero albero gigantesco che può arrivare sino a 100 metri di altezza. Nella nostra erboristeria tradizionale non è conosciuta e sarebbe inutile ricercarla presso le normali fonti anche perchè di questa pianta interessano le gemme, o meglio il loro estratto macerato in glicerina. Per procurarsi tale preparato non resta dunque che rivolgersi ad una Farmacia che disponga della linea Omeopatica, dove il rimedio viene fornito in dosi pressochè vicine a quelle di una tintura attenuata e in gocce da prendersi in quantità di 30 una sola volta al giorno mezz’ora prima di uno dei pasti quotidiani. Questo rimedio agisce particolarmente a livello della prostata ma influenza anche tutta la persona con uno stato di benessere fisico e morale per cui è di ottimo valore sul piano geriatrico.
A puro titolo di curiosità aggiungeremo che vi sarebbe un’altra pianta da noi per ora non reperibile, originaria della Virginia, che è come un ortensia a forma di albero e che si chiama Hidrangea. Di questa sarebbe utile la tintura al 10%, 10-15 gocce due volte al giorno prima dei pasti.
Limitiamoci in pratica alle prime due piante e passiamo ora ad esaminare con quali rimedi possiamo agire sulla congestione prostatica. Qui le nostre possibilità aumentano poichè possiamo valerci di diverse erbe o piante facilmente reperibili cui anche se proprio non possiamo disporre dei rimedi citati prima varrebbe la pena di agire con questi altri. L’Ippocastano (Aesculus hippocastanum) utilizzato come vaso costrittore su tutto l’albero venoso particolarmente addominale, si presta bene anche qui in forma di tintura (20 grammi di scorza del frutto a macero su 100 di alcool di 75° per una decina di giorni) alle dosi già indicate: 15 gocce due volte al giorno prima dei pasti, 20 giorni su 30. Volendo fare il decotto (meno pratico per queste cure prolungate) si potrà prepararlo con 10 grammi di scorza su mezzo litro di acqua, a bollire per un quarto d’ora, lasciando poi infondere per altri 20 minuti; il tutto da bere durante il giorno in due o tre riprese, sempre lontano dai pasti. Sarà ancora più indicato nei soggetti che avessero avuto particolari disturbi venosi.
In tutti gli altri casi, e più ancora se vi fossero già segni di cistiti da ristagno urinario, sceglieremo piuttosto i diuretici ad azione antisettica, e qui ritroviamo la nostra Uva ursina. Ricordiamo che il decotto si fa con 15 grammi di foglie su 100 di acqua, per 10 minuti di ebolizione, e se ne possono prendere tre o quattro bicchieri al gorno.
In mancanza di questa, ripeghieremo sull’Erica (Calluna vulgaris), ne faremo il decotto con cimi fioriti, 20 grammi per litro, a bollire tre quarti d’ora; tre o quattro bicchieri al giorno.
Altra pianta cui ci rivolgeremo con fiducia è l’Equiseto (Equisetum arvense), decotto di 50 grammi per litro sino a riduzione a metà; due o tre tazze al giorno.
Utile ancora il decotto di Verga d’oro (Solidago virga aurea), 50 grammi di cimi fioriti per litro, lasciando infondere poi altre 12 ore; 4-5 tazze al giorno.
La cura può essere eseguita somministrando ad esempio un giorno la Thuia (o l’Ippocastano) e l’altro uno di questi rimedi ad azione diuretica antisettica, oppure facendo uso per 15 giorni di un rimedio e per altri 15 di un altro. Una regola fissa non esiste, e la condotta di cura deve essere guidata da costanza e regolarità. Come tanti altri, questi disturbi non si possono mai dichiarare guariti del tutto, perchè la loro tendenza naturale sarebbe casomai quella di peggiorare con la ruggine del tempo. Anche l’opportunità dell’intervento sarà da valutarsi caso per caso.
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